
Il lavoro sta consumando la tua vita: ecco cosa puoi fare ora
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Ogni giorno, per otto ore, dal lunedì al venerdì, ci dedichiamo a una sola attività: il lavoro. È così presente nella nostra vita che spesso non ci rendiamo conto di quanto incida profondamente sulla nostra salute, sia mentale che fisica. E non si tratta solo di stress o stanchezza momentanea: parliamo di effetti a lungo termine, che possono persino accompagnarci fino all’età della pensione.
Quello che facciamo quotidianamente, la quantità di ore lavorative e la tipologia di lavoro che svolgiamo, ha un impatto diretto su come stiamo oggi e su come staremo domani. E non è solo una mia opinione: diversi studi scientifici lo confermano. Lavoro e salute sono strettamente legati in modo semplice ma potente.
Infatti, due aspetti cruciali come la soddisfazione lavorativa e la quantità di tempo dedicato al lavoro influenzano profondamente le nostre abitudini quotidiane: quanto ci muoviamo, cosa mangiamo, quanto dormiamo e, in generale, come ci prendiamo cura di noi. Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, si formano degli schemi comportamentali che, nel tempo, diventano uno stile di vita. E se questo stile di vita non è equilibrato, può portare a disturbi subclinici, cioè problemi che magari non si notano subito ma che si accumulano nel tempo... fino a trasformarsi in vere e proprie patologie.
Le abitudini si formano col lavoro (e spesso si deteriorano)
Ti faccio un esempio che probabilmente ti suonerà familiare. Molte delle persone che ho conosciuto nella mia vita – amici, colleghi, parenti – prima di iniziare l’università o il lavoro avevano uno stile di vita attivo. Facevano sport: calcio, nuoto, palestra, pugilato. Insomma, muovevano il corpo e si prendevano cura di sé. Poi, qualcosa cambia. Arriva l’università, il primo impiego, le responsabilità. E pian piano, quasi senza accorgersene, l’attività fisica passa in secondo piano.
"Devo concentrarmi sullo studio", "Devo lavorare per mantenermi", "Non ho più tempo"… Quante volte l’hai sentita (o detta) questa frase? Ecco, il problema è proprio qui. Perché quando metti in pausa il movimento, quello che in realtà stai dicendo – anche se non te ne accorgi – è: “La mia salute non è una priorità in questo momento.”
E questo atteggiamento, ripetuto giorno dopo giorno, anno dopo anno, crea un circolo vizioso. Prima metti da parte lo sport, poi magari anche la qualità del cibo, la regolarità del sonno, il tempo per rilassarti. Alla fine, ti ritrovi immerso in una routine in cui non c’è spazio per te, ma solo per doveri e impegni.
Il paradosso: lavorare per vivere o vivere per lavorare?
A questo punto, spesso qualcuno mi dice: “Eh, ma Luca, come faccio? Devo lavorare, devo mantenermi, mica posso smettere di vivere per andare a correre al parco!” E capisco benissimo. Non sto dicendo che il lavoro non sia importante, anzi. È fondamentale per la nostra stabilità economica, per costruirci un futuro, per sentirci realizzati. Ma... non può venire sempre prima della salute.
Perché qui si entra in un paradosso assurdo: lavoriamo tutta la vita, a volte anche con grandi sacrifici, rinunciando a prenderci cura di noi stessi. Poi, a 65 o magari a 70 anni (perché sì, nel 2025 la pensione sembra sempre più lontana), ci ritroviamo con il tempo per vivere… ma con il corpo e la mente logorati da decenni di abitudini poco sane.
E allora, ecco che la pensione si trasforma nel momento in cui spendiamo i soldi guadagnati per curare i danni causati dal modo in cui li abbiamo guadagnati. Un ciclo beffardo, no? Eppure è una realtà sempre più comune.
Le lunghe ore di lavoro: cosa ci dice la scienza
Non è solo una questione di “sensazioni” o di esperienze personali: la scienza lo conferma con forza. Esistono numerosi studi e metanalisi che collegano in modo diretto le lunghe ore di lavoro a comportamenti poco salutari e a rischi concreti per la salute.
Ad esempio, una metanalisi del 2015 ha osservato che chi lavora più di 48-50 ore settimanali presenta una maggiore propensione al consumo di alcol a livelli di rischio. E non si tratta di un caso isolato. Una seconda metanalisi del 2020, ancora più recente, ha confermato che lavorare oltre le 55 ore a settimana è associato a una maggiore probabilità di sviluppare sovrappeso, ansia e depressione.
Questi dati ci raccontano qualcosa di molto chiaro: quando il lavoro prende troppo spazio nella nostra giornata, inizia a mangiarsi – nel senso letterale e figurato – il tempo e le energie che potremmo (e dovremmo) dedicare alla nostra salute. E allora sì, ha senso dire “non ho tempo per me stesso”. Ma il punto è proprio questo: non dovrebbe essere così.
“Non ho tempo”: quando è vero e quando è una scusa
La frase “non ho tempo per la mia salute” può avere due significati profondamente diversi, e bisogna essere onesti nel riconoscerlo. In alcuni casi, è una giustificazione: non è che il tempo non ci sia, è che non diamo abbastanza importanza alla nostra salute rispetto ad altre priorità. Altre volte, invece, è una triste verità: alcune persone, per motivi lavorativi, familiari o economici, sono davvero in difficoltà a ritagliarsi anche solo mezz’ora al giorno.
È giusto distinguere. Chi lavora 40 ore settimanali con orari regolari, senza altri carichi eccessivi, potrebbe realisticamente trovare spazi per uno stile di vita più sano. In questi casi, dire “non ho tempo” spesso nasconde una mancanza di volontà o, meglio ancora, una bassa priorità attribuita al benessere personale.
Ma c’è anche l’altro lato della medaglia. Persone che lavorano su turni, soprattutto notturni, genitori single, caregiver di genitori anziani o figli con bisogni speciali... ecco, in questi casi “non ho tempo” diventa reale e comprensibile. E qui entra in gioco il rispetto. Perché non tutti partiamo dallo stesso punto.
I turni notturni: il lavoro più stressante che esista?
Pochi tipi di lavoro mettono a dura prova il nostro corpo e la nostra mente come i turni notturni. Dormire di giorno e lavorare di notte non è solo scomodo, è contro la nostra biologia. Il corpo umano è programmato per seguire un ritmo circadiano naturale, cioè essere attivo di giorno e riposare di notte. Quando lo stravolgiamo, il prezzo si paga.
La metanalisi del 2013, ad esempio, mostra che lo stress lavorativo cronico, tipico dei turni notturni, è fortemente associato a comportamenti compensatori poco salutari: aumento del consumo di alcol, fumo, sedentarietà, alimentazione disordinata… insomma, tutte quelle abitudini che sembrano “calmarci” ma che in realtà ci affossano ancora di più.
E qui entra in gioco la dopamina, un neurotrasmettitore che ci fa sentire “bene” nell’immediato. Dopo ore di lavoro pesante e poco sonno, il cervello cerca gratificazioni rapide: cibo spazzatura, dolci, nicotina. È un meccanismo naturale, ma pericoloso, perché porta con sé un ciclo di dipendenze lievi ma continue, che nel tempo logorano il nostro equilibrio psicofisico.
La chiave è ottimizzare: fare meglio con quello che hai
E allora, cosa possiamo fare se il tempo è poco e le energie scarseggiano? Una parola che mi piace moltissimo è ottimizzazione. Cosa significa? In parole semplici: ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo e risorse.
Facciamo un esempio pratico: ogni giorno fai un tragitto casa-lavoro di mezz’ora? Bene. Invece di ascoltare passivamente la radio o lasciarti travolgere dalle notizie che ti stressano, puoi usare quel tempo per ascoltare un audiolibro. Magari qualcosa che ti ispiri, che ti insegni qualcosa di nuovo, che nutra la tua mente. Io, ad esempio, ascolto spesso contenuti di divulgazione scientifica o crescita personale. E ti assicuro che, col tempo, quel momento diventa un rituale prezioso.
Lo stesso vale per il movimento. Se il tuo lavoro è vicino, perché prendere sempre l’auto? Cammina, anche solo per dieci minuti. E se proprio non riesci a rinunciare alla macchina, prova a parcheggiare un po’ più lontano. Piccole strategie che, sommate giorno dopo giorno, fanno una grande differenza.
Meglio poco che niente: il potere delle micro-abitudini
Spesso l'essere umano cade in un tranello, l’illusione del “tutto o niente”. Quante volte hai pensato: “Se non riesco a fare un’ora di palestra, tanto vale non fare nulla”? Ecco, permettimi di dirtelo con tutta la franchezza possibile: è un pensiero distruttivo. Perché? Perché ti blocca. Ti impedisce di iniziare. E se non inizi, non cambia niente.
La verità è che fare anche solo 5 minuti di esercizio fisico può innescare un cambiamento enorme. Non tanto sul piano fisico – anche se un po’ sì – ma soprattutto sul piano mentale e abitudinario. Lì nasce il vero benessere. Ti alzi dal letto? Fai 5 minuti di squat. Sei davanti al PC da ore? Fai 10 piegamenti sulle braccia.
Il punto non è “quanto” fai, ma che lo fai.
Perché creare un’abitudine positiva è uno dei segreti della longevità e della resilienza umana. Il cervello ama la ripetizione. Ama sapere cosa aspettarsi. Se inizi con poco, con costanza, diventa parte di te. E a quel punto, mantenere uno stile di vita sano non sarà più un obbligo… ma una naturale estensione della tua giornata.
Il primo passo è il più difficile (ma è quello che conta)
Alla fine di tutto questo discorso, se c’è una cosa che voglio lasciarti è questa: non devi fare tutto subito, devi solo iniziare. È il primo passo quello che fa più paura, che richiede più energia, perché deve vincere l’attrito statico, proprio come insegna la fisica. Ma una volta che ti metti in movimento, anche solo un po’, l’attrito dinamico è più facile da superare. In altre parole, una volta che inizi, sei già a metà strada.
Se c’è una cosa che la scienza e l’esperienza personale mi hanno insegnato è che instaurare abitudini sane, anche piccole, cambia davvero la vita. Non importa da dove parti, né quanto tempo hai. Conta la direzione. Può essere un audiolibro ascoltato mentre vai al lavoro, una camminata di dieci minuti invece che il solito parcheggio sotto casa, o cinque minuti di esercizio la mattina. Sono gesti semplici, ma hanno un potere enorme se fatti con costanza.