Reflusso gastroesofageo e nebbia mentale: stomaco, infiammazione e cervello sono collegati
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Parliamoci chiaro: il reflusso gastroesofageo non è solo una questione di bruciore di stomaco, ma può avere ripercussioni anche sul nostro cervello. Come dimostrato da numerosi studi, questa condizione può infatti infiammare le alte vie aeree attraverso le citochine — molecole infiammatorie — che, a loro volta, possono rallentare l'attenzione e la lucidità mentale (Studio 1, Studio 2, Studio 3, Studio 4).
Non si tratta di un danno cerebrale catastrofico, ma di un sabotaggio subdolo all'attenzione, lucidità e tranquillità mentale, come confermano le ricerche scientifiche (Studio).
Molte persone che soffrono di reflusso, magari dopo una cena tardiva, vanno a dormire e si svegliano con la gola che gratta e il naso reattivo: è una condizione che riscontro spesso. Il reflusso, infatti, può infiammare la laringe, com'è facile intuire, ma può anche arrivare fino al naso, un'associazione non sempre così immediata (Studio 1, Studio 2).
Diversi pazienti riferiscono una certa reattività nasale, una sorta di "allergia". Tuttavia, andando più a fondo, si scopre che non sempre è solo allergia: a volte esiste una correlazione di fattori che include anche un reflusso gastroesofageo non trattato adeguatamente. È da qui che alcuni iniziano a soffrire di vera e propria fatica mentale (Studio 1, Studio 2).
Mettendo insieme concetti di otorinolaringoiatria e neuroimmunologia, il quadro diventa finalmente leggibile e gestibile: esiste un filo rosso che collega stomaco, naso e cervello (Studio 1, Studio 2).

Rinosinusite e nebbia mentale: il ruolo delle citochine infiammatorie
Nelle malattie da reflusso gastroesofageo, molte persone soffrono anche di rinosinusite cronica. In diversi pazienti con questa patologia si rilevano infatti livelli di pepsina e pH anomali nelle cavità nasali. Non a caso, alcune di queste condizioni migliorano con l'uso di inibitori di pompa protonica (Studio 1, Studio 2).
Come evidenzia la letteratura scientifica, i fattori che aumentano il reflusso gastroesofageo aumentano anche il rischio di rinosinusite e rinite cronica, mentre non c'è particolare evidenza dell'effetto inverso (Studio 1, Studio 2).
Quindi, se qualcuno mi chiede: "Ma la rinosinusite può causarmi il reflusso?", la risposta è che a livello scientifico è meno probabile. È molto più frequente il contrario, ovvero che i problemi nascano dallo stomaco per poi arrivare al naso (Studio 1, Studio 2).
E la rinosinusite ha un peso effettivo sulla mente. Una meta-analisi del 2025 mostra un calo medio del 9% della cognizione globale in chi ne soffre. Trattare la rinosinusite cronica è associato a miglioramenti dell'8-9% in velocità di elaborazione e memoria di lavoro (Studio 1, Studio 2). Possiamo stare tranquilli, per ora: secondo le evidenze disponibili, non sembra esserci un legame diretto con la demenza (Studio).
Ma perché la mente si offusca? Qui entrano in gioco le famose citochine. So che è un nome difficile e noioso, ma in realtà sono semplicemente molecole con varie funzioni, tra cui quella infiammatoria. Le più note che infiammano sono l'interleuchina-6, il TNF e l'interleuchina-1β: queste molecole modulano la nostra motivazione, l'attenzione e il senso di fatica (Studio 1, Studio 2, Studio 3).

Impatto delle citochine infiammatorie da rinosinusite sulle funzioni cerebrali.
Farmaci antiacido: l'impatto nascosto su microbiota e salute mentale
Quando le vie aeree superiori sono infiammate, si crea una sorta di "rumore biochimico" generato da queste molecole, che può contribuire alla cosiddetta nebbia mentale (Studio). Esiste un ponte interessante e poco conosciuto tra respiro ed esofago, visibile anche nei bambini: asma e malattia da reflusso sembrano associate in modo bidirezionale, indicando che una condizione può causare l'altra e viceversa (Studio 1, Studio 2).
Il problema del trattamento moderno del reflusso gastroesofageo è il grande impatto che può avere sul microbiota. Spesso, infatti, il reflusso viene trattato con inibitori di pompa protonica (PPI), farmaci che non sono affatto neutri e che sono tra i più prescritti — e talvolta abusati — al mondo (Studio).
In pratica, si è visto che con l'uso di PPI (come omeprazolo o esomeprazolo) aumenta l'arricchimento di specie batteriche orali nel microbiota intestinale, modificandone la composizione (Studio 1, Studio 2, Studio 3, Studio 4).
Se si analizza il microbiota di chi abusa di inibitori di pompa, si trova spesso a livello intestinale una "firma orale". Le implicazioni sono sistemiche, perché l'acidità gastrica normalmente uccide specie batteriche che non dovrebbero superare lo stomaco, mentre l'inibizione dell'acidità ne facilita il passaggio (Studio).
Ma non finisce qui: trattare l’acidità di stomaco in modo improprio può causare indirettamente problemi anche alla salute mentale. L'uso prolungato di questi farmaci, infatti, aumenta il rischio di carenza di vitamina B12 (Studio).
Spesso non si pensa alla carenza di B12 quando si usano antiacidi. Purtroppo, in molti casi il medico non la controlla nemmeno, ma essa potrebbe contribuire alle difficoltà cognitive della persona. Se a questo aggiungiamo l'età, che riduce la capacità di assorbimento di alcuni nutrienti, il quadro si complica. Il mio consiglio è di controllare la B12 con il vostro medico (Studio).
Carenze nutrizionali da farmaci antiacido: strategie e soluzioni pratiche
Oltre alla B12, ci sono altre carenze da considerare. Anche il magnesio è associato negativamente all'utilizzo di inibitori di pompa: diverse meta-analisi mostrano che l'uso di PPI è associato a ipomagnesiemia (Studio 1, Studio 2).
Parliamo poi del ferro: vari studi evidenziano un aumento del rischio di carenza di ferro con l'uso cronico di PPI (Studio 1, Studio 2). Il ferro è un altro fattore da analizzare almeno una volta nella vita, o quantomeno superati i 50 anni, controllando ferritina e transferrina. È correlato al sonno e alla sindrome delle gambe senza riposo (Studio).
Infine, anche l'assorbimento del calcio si riduce. L'uso cronico di PPI è associato a un modesto aumento del rischio di fratture osteoporotiche, verosimilmente proprio per il ridotto assorbimento di calcio (Studio).
Quindi, questi farmaci non sono "zuccherini". Ecco un consiglio pratico: se utilizzi inibitori di pompa da oltre 3–6 mesi, valuta periodicamente con il tuo medico i seguenti valori:
- Vitamina B12
- Ferritina e transferrina
- Magnesio
- Vitamina D (specialmente se hai fattori di rischio ossei)
Integra di conseguenza: prevenire è meglio che curare.
Ovviamente, non sto a ripetere le cose scontate — che magari entrano da un orecchio ed escono dall'altro — ma è importante ricordare che la perdita di peso migliora significativamente il reflusso (Studio).
Una strategia pratica e sensata è il rialzo della testata del letto. Ho fatto realizzare dei piccoli dispositivi in legno da mettere sotto le gambe della testata per alzare lievemente il letto dei miei genitori. Questo semplice accorgimento aiuta a non far risalire l'acido durante la notte, con benefici anche per le vie aeree superiori (Studio).
Un altro consiglio è dormire sul fianco sinistro (Studio).
Infine, un trucco interessante che usava un cardiologo, non solo per il reflusso ma soprattutto per le apnee del sonno: far legare al paziente una pallina da tennis dietro la schiena. In questo modo, se durante la notte si metteva pancia in su, il fastidio spingeva il corpo a rimettersi di fianco, anche senza svegliarsi (Studio).
Alginati e stile di vita: alternative e conclusioni per gestire il reflusso
Indicativamente, per i pasti, cerca di mangiare almeno 3 ore prima di andare a dormire. Naturalmente, evitare fumo e alcol sarebbe l'ideale (Studio 1, Studio 2, Studio 3).
Un'altra opzione interessante, in alcuni casi preferibile agli inibitori di pompa, sono gli alginati. Assunti dopo i pasti e soprattutto prima di coricarsi, agiscono con un meccanismo fisico, creando una sorta di "zattera" antireflusso che non riduce l'acidità in modo drastico, salvaguardando così i meccanismi di difesa naturali dello stomaco (Studio).
Due mesi di trattamento con alginato, dieta e igiene vocale non sono risultati inferiori (quindi praticamente uguali) all'utilizzo di omeprazolo (Studio).
Attenzione, non sto dicendo che i PPI non vadano mai presi; l'indicazione deve essere chiara e medica. Troppe volte, però, capita — anche di recente — che a una persona con raucedine venga prescritto un inibitore di pompa senza un'analisi approfondita. Non è detto che sia quella la causa del problema: si rischia di trattare un piccolo disturbo con un farmaco importante, quando si potrebbero usare altri strumenti come l'alginato o semplici strategie di igiene alimentare e del sonno (Studio).
Il reflusso gastroesofageo non è solo un disturbo digestivo, ma un problema sistemico che può influenzare respirazione, infiammazione e funzioni cognitive. La buona notizia è che, nella maggior parte dei casi, il quadro è reversibile: una gestione più consapevole, personalizzata e meno automatica dei farmaci permette di proteggere non solo lo stomaco, ma anche la mente.